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| Piccolo mondo antico |
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| Scritto da Rita Amadei |
| Venerdì 27 Luglio 2007 06:47 |
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Un “amarcord” che è un acquerello delle nostre campagne negli anni Cinquanta diventa l’occasione per una meditazione su una società serena, pervasa da un dimenticato “timor di Dio” All’inizio degli anni Cinquanta, all’arrivo dell’estate, mio padre riteneva utile che mio fratello ed io trascorressimo un periodo di tempo in campagna a “respirare aria buona”. Per tale ragione, assieme alla nonna, ci inviava a Casalino, il suo paese d’origine, ospiti dello zio Tito, nella casa che, anni prima, era la casa di famiglia. Casalino era una piccola borgata, raggiungibile con una deviazione dalla strada che da Rossena conduce a Casina, costituita da poche case disposte sui lati della strada, che moriva lì. A quell’epoca, a Casalino, pareva che il tempo si fosse fermato. Le case disponevano dell’energia elettrica ma non d’impianto idraulico; per approvvigionarsi di acqua era necessario raggiungere una fonte distante circa 500 metri, dove vi era anche una vasca per il bucato: si riempivano due secchi d’acqua, collocati alle estremità di una lunga pertica, e si portavano nelle case. Nessuna casa disponeva di servizi igienici per cui, di notte, si provvedeva con un pitale e, di giorno, ci si arrangiava all’aperto. Per la verità una certa Italina costruì un gabbiotto(1 metro per 1metro con una gettata di cemento e un buco che serviva da gabinetto). Ricordo che posi come tassativa la possibilità di usare tale servizio altrimenti non sarei andato a Casalino. Ottenni tale privilegio. L’ambiente, ai miei occhi di “ragazzo di città”, era di una sporcizia intollerabile: le vacche, data l’assenza di trattori e altri mezzi, oltre che per la produzione del latte, erano usate anche come bestie da soma per trainare birocci e carretti. Transitando lungo la strada del borgo, defecavano abbondantemente, per cui la via era sempre sporca di sterco di vacca in vario stato di essiccamento. Le belle e suggestive aie, oltre che popolate da schiere di gatti più o meno randagi, erano infestate dagli escrementi di polli e galline per cui i miei patetici tentativi di non sporcarmi le scarpe erano sistematicamente vanificati. Le povere stalle erano in condizioni igieniche scadentissime (eppure erano abitate da simpatiche e garrule rondinelle). Al di fuori delle stalle vi erano le “masse”, cioè grandi cumuli di paglia sporca e di escrementi, che sarebbero stati poi usati come concime. Alla luce di tutto ciò, non mi stupisco che mio fratello, che era piuttosto gracilino, avesse spesso la febbre e si coprisse di croste, nonostante “l’aria buona”. Si arava con il vomere, si mieteva a mano, si faceva il vino in casa, si ammazzava un maiale all’anno, si faceva il pane due volte la settimana. Non esistevano mezzi di locomozione. Non esistevano giornali, telefoni, apparecchi radiofonici. La domenica mattina si andava a messa nella chiesa ai piedi del castello di Rossena, la domenica pomeriggio gli uomini facevano una partita a briscola nell’osteria di Rossena. Di giorno girovagavo per i campi in cerca di nidi ma, sostanzialmente, mi annoiavo. C’era però un momento della giornata che mi incantava: era la sera. Si cenava presto, per cui, dopo cena, restavano un paio di ore di luce. Gli uomini si sedevano su alcune pietre levigate dal tempo, ai bordi della strada e discorrevano tranquillamente, fumando la pipa; mi piaceva sedermi accanto a loro e ascoltare, affascinato, i loro discorsi.. Era il momento in cui si veniva a conoscenza degli eventi che erano accaduti in paese e nei paesi vicini. Si parlava anche dell’andamento delle coltivazioni, del tempo con le immancabili previsioni personali in base ai propri reumatismi, del prezzo del formaggio, del nuovo parroco, delle prossime festività. A volte gli uomini parlavano del passato, a volte anche del periodo bellico e queste storie mi affascinavano moltissimo (mi ero fatto raccontare tante volte dallo zio Tito il modo in cui, non sapendo nuotare, era riuscito ad attraversare a guado il Piave in piena attaccandosi alla coda del cavallo). La magia del momento era completata dallo spettacolo di centinaia e centinaia di rondini che volteggiavano nel cielo garrule, allegre, veloci, ora riunendosi in sciami, ora disperdendosi, fino all’imbrunire. Allora ciascuno rientrava nella propria casa per il meritato riposo, in un’ atmosfera di pace, di serenità davvero suggestiva. Penso sia stato, per me, un grosso privilegio aver potuto conoscere dal vivo tale mondo, aver toccato con mano le mie radici e mi sorgono spontanee diverse considerazioni. Mi soffermerò però solo su di una, cui , ancora, non ho fatto cenno. Quel mondo era pervaso dalla presenza di Dio fino nel suo midollo. Era Dio che governava il rincorrersi delle stagioni, che governava il sole e la pioggia, che li proteggeva durante la notte e donava loro il risveglio al mattino. Era Dio chedava loro il pane quotidiano e, per questo, non si dimenticavano di ringraziarlo. Era Dio che, pur fra stenti e tribolazioni, li avrebbe sostenuti, non li avrebbe abbandonati. Dio era presente sulla bocca, nel cuore, nella mente di questa povera gente, in ogni momento. Era il Dio del Manzoni del “Là c’è la Provvidenza” che si incarna, che si intriga, si immischia con la vita degli uomini. Era la Legge di Dio che guidava i loro comportamenti, senza bisogno della legge degli uomini: onora il Signore Dio tuo, santifica le feste, onora il padre e la madre, non ammazzare, non rubare, fai la carità ai più poveri, prenditi cura degli ammalati (senza delegarle alle istituzioni), comportati secondo onestà e giustizia, non essere invidioso, non serbare rancore… Per quegli uomini questi principi, questi comportamenti ed altri erano spontanei, naturali, legati all’immanenza di Dio che li avrebbe aspettati poi in Paradiso, alla fine della loro vita. Se volessimo tentare di comprendere tutto questo in un’espressione sintetica, ricorrerei ad uno dei sette doni dello Spirito Santo: il “timor di Dio”: quel mondo era pervaso di “timor di Dio”. Se confrontiamo quel mondo con quello attuale, la differenza appare abissale e i nostri comportamenti sono dettati da ben altre motivazioni e altre regole. Credo che mi coprirei di ridicolo se suggerissi l’opportunità di improntare le proprie azioni quotidiane al “timor di Dio”anche se, in verità, è esattamente ciò che penso. Accantonando “il timore di Dio” non ci siamo evoluti, al contrario abbiamo perduto quella dolce, rassicurante sensazione della presenza vigile, protettiva, amorosa della Provvidenza accanto a noi, nella nostra vita. Che ne è stato di quel piccolo mondo antico? Il borgo è ormai quasi completamente spopolato e, da alcuni cassetti, assieme ad altre medicine, ho visto fare capolino anche il Tavor e il Prozac: è arrivata la civiltà e gli psicofarmaci hanno sostituito il “timor di Dio”.
Carlo
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