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| Ricordo di mia nonna |
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| Scritto da Rita Amadei |
| Mercoledì 25 Luglio 2007 06:40 |
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Nella mia vita ho avuto tanti maestri, anche sapientissimi, come alcuni bravissimi professori, ma, più passano gli anni, più mi rendo conto che una delle persone da cui ho imparato le cose più importanti è stata una umile vecchietta che non sapeva neppure scrivere, ma solo leggere a malapena: era la mia nonna, accanto alla quale ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza. Mi ricordo che, da bambino, la domenica, mi prendeva sempre con sé quando andava al cimitero sulla tomba del marito ed io ho imparato l’attaccamento fedele, indissolubile alla persona amata; ho imparato anche, fin da piccolo, che i cimiteri ci sono davvero e che dobbiamo vivere con la consapevolezza serena che, un giorno, lasceremo le cose di questa terra. Mi ricordo che, nei primi anni del dopoguerra, vi erano molti mendicanti e mia nonna mi dava sempre un soldino da portare ad ognuno di loro, uno solo perché ne restasse qualcuno per tutti e ho imparato il valore della carità unita al rispetto per la persona “diversa” e non accompagnata al giudizio o al disprezzo. Mi ricordo che era sempre l’ultima a sedersi a tavola e l’ultima a servirsi perchè, negli anni duri della sua vita, quando viveva in montagna e aveva conosciuto la miseria,voleva essere certa di accostarsi al cibo solo dopo che gli altri componenti della famiglia si erano sfamati e tale abitudine le era rimasta anche in periodo di abbondanza; così ho imparato il valore di saper pensare agli altri prima che a se stessi, in silenzio, con discrezione. Mi ricordo che, quando ero studente universitario, ogni volta che dovevo sostenere un esame, lei si dichiarava assolutamente tranquilla sull’esito della mia prova perché mi aveva visto studiare tanto e perché avrebbe provveduto ad accendere una candela per me alla prima Messa del mattino; confesso che, allora mi sentivo un moderno e brillante intellettuale e disprezzavo sinceramente quella religiosità “bigotta e superstiziosa”, pur non rinfacciandoglielo perché le volevo bene. Confesso però che venne il giorno in cui compresi il valore di quelle candele, espressione di una fede semplice ma granitica, fondata su principi elementari ma chiari e capaci di guidare con sicurezza ogni passo di un intera esistenza (come dato aneddotico posso aggiungere che, nella trentina di esami che dovetti sostenere, non solo fui sempre promosso, ma ottenni il massimo dei voti). Sono tentato di lasciarmi trascinare dall’onda dei ricordi, ma è tempo di tirare le fila: ho mostrato come la vita abbia messo accanto, l’uno all’altra, un giovane colto, moderno, impegnato in politica e nel sociale, laureando in medicina ed una vecchietta semianalfabeta, parzialmente invalida, nata nel diciannovesimo secolo, con la conseguente apertura mentale. Ebbene, non è retorica se riaffermo che le cose più importanti, “i valori eterni” li ho imparati da quella vecchietta, anche se ero infinitamente più colto di lei; ma la mia sapienza era fattasoprattutto di parole ascoltate, di pagine lette, di carta quindi, mentre la sua era una sapienza di vita. Lei non aveva gli strumenti per entrare concretamente nelle problematiche del mio mondo, capire dove conduceva la mia strada, ma lei ha saputo fornirmi i parametri, le coordinate, i principi attraverso i quali posso giudicare se ogni passo che compio lungo la mia strada è buono o cattivo. Più di ogni altra persona l’anziano ha vissuto quindi ha pianto, ha gioito, ha sudato, ha offeso, ha perdonato; più di ogni altro ha la sensibile consapevolezza che la stagione terrena umana è breve e ha la facoltà di guardare indietro alla sua vita comprendendo con nitidezza ciò che è stato buono, ciò che è stato cattivo, ciò che era futile, ciò che è stato davvero importante. Da questa congerie di elementi vengono più facilmente distillati “i valori eterni” di cui ogni generazione ha bisogno, che l’anziano può trasmettere a figli e nipoti come dono preziosissimo. Per questo gli anziani rappresentano un’ inestimabile valore per la comunità.
Carlo
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