Ulti Clocks content
| Quella "fissa" delle feste di precetto |
|
|
| Scritto da Rita Amadei |
| Martedì 24 Luglio 2007 06:36 |
|
Fin da piccolo sono stato abituato a rispettare le feste “di precetto” e, probabilmente, questo ha giocato un certo ruolo nel mio atteggiamento verso il giorno di festa. Ma anche successivamente, anche tutt’ora, non riesco a concepire un giorno festivo senza partecipare alla Messa, tanto che, anche quando sono all’estero (ad es. per congressi medici), faccio di tutto per trovare una chiesa cattolica per partecipare alla Messa, stupendo anche qualche collega, pur cattolico come me che, appunto, in una occasione ebbe a dire che, per me, questa era evidentemente “una fissa” (tradotta in termini medici significherebbe una fissazione un po’ maniacale). Se analizzo i motivi delmio comportamento, mi appare ben chiaro che ciò non è dovuto ad una regressione infantile della mia religiosità; non ho una concezione ragionieristica del mio rapporto con Dio: Dio non si comporta sicuramente come un contabile. E allora? Penso che la prima ragione sia rappresentata dal profondo desiderio, che avverto in me, di non mancare ad un appuntamento importante con un amico a cui tengo moltissimo, che sa che quel giorno ci siamo promessi di incontrarci. La cosa che caratterizza un vero amico è che sai che puoi contare su di lui, che non mancherà, che ci sarà comunque (specialmente nei momenti difficili, in cui hai più bisogno di aiuto). Ecco come un piccolo gesto, per me, ha un grosso significato. Ecco, per me, il senso della giornata della festa. Una seconda ragione è la seguente: la fede non è un dato acquisito, non è qualcosa di statico; la fede è un dato dinamico, è un cammino. In questo cammino ci sono momenti forti, di percezione chiara della nostra comunione con Dio. Ci sono però anche momenti deboli, di distrazione, di sbandamento, di silenzio di Dio. A volte è come camminare nei viali nelle giornate di fitta nebbia, o in montagna su di una morena dove il sentiero si perde in uno sfasciume di pietre. Però, ogni tanto, nella nebbia, compare la flebile luce di un lampione e più in là ne compare un altro….;così, in montagna, sulla morena, vedi un segno rosso su di una roccia, poi ne trovi un altro e così si va avanti senza smarrirsi. Le giornate di festa possono rappresentare questi lampioni nella nebbia, questi segni rossi possono servire a mantenere comunque un filo di collegamento con Dio nei momenti di silenzio. Ritengo molto rischioso rompere questo filo, che potrebbe rivelarsi molto prezioso per ripristinare un contatto con Dio. Vi è infine un terzo aspetto per cui l’invito a santificare la festa può essere estremamente attuale e prezioso per l’uomo d’oggi: è un richiamo a non lasciarsi travolgere dalla frenesia della vita moderna; è un invito a non perdere la capacità di sapersi fermare. Sapersi fermare significa avere la possibilità di riflettere sul dove si va, sul senso di ciò che si fa. Sapersi fermare significa anche saper aspettare chi va più piano (i deboli, i malati, gli anziani, le persone in difficoltà) e poter capire che questo è più importante che continuare a correre inseguendo i propri obiettivi. Sapersi fermare significa impedire che la propria vita divenga una folle corsa senza meta.
Carlo
Articoli più recenti:
|









