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Home Lettere del Dott. Carlo Carapezzi Perché dico no alla eutanasia
Perché dico no alla eutanasia Stampa E-mail
Lunedì 23 Luglio 2007 18:52

L’attenzione a questo tema si è particolarmente ravvivata per la evidenza mediatica data ad alcuni casi umani (Welby, Nuvoli) e, recentemente, per la proiezione televisiva in prima serata del famoso film “Million dollar baby” cui ha fatto seguito un dibattito nella trasmissione “Porta a porta”.

 

Si tratta di un tema assai delicato, il quale, purtroppo, spesso è affrontato in modo emotivo sull’onda di singoli casi come quelli succitati, o confuso per quanto riguarda i termini della questione: a questo proposito mi preme ribadire il concetto che l’eutanasia è un atto (attivo od omissivo) diretto a provocare la morte; la doverosa rinuncia all’accanimento terapeutico da parte dei medici non è quindi eutanasia e non lo è neppure il rispetto della libertà di curarsi che è riconosciuta al paziente (un paziente con insufficienza epatica terminale può rifiutare il trapianto di fegato; uno con insufficienza respiratoria può rifiutare la ventilazione meccanica; uno con una gangrena ad un arto può rifiutare l’amputazione; una donna gravida affetta da cancro può rifiutare la chemioterapia: se queste scelte portano alla morte del paziente non si tratta comunque di eutanasia).
Una trattazione esaustiva del tema in oggetto richiederebbe ben altri spazi che quelli di un articolo; ho scelto pertanto di sottoporre alla vostra attenzione almeno due delle ragioni che mi fanno dire no all’eutanasia.
La prima ragione deriva da una disamina dei presupposti fondanti la richiesta di legalizzare l’eutanasia. Il primo presupposto su cui si fonda tale posizione è rappresentato dal concetto che ciascun uomo hail diritto di disporre della propria vita; il secondo è che, quando questa vita è divenuta insopportabile, si deve avere il diritto di scegliere il momento della propria morte, aiutati in questo dalla possibilità di ricevere una “dolce morte”.
Per quanto riguarda il primo punto, lasciando volutamente da parte argomenti di tipo religioso quale quello che la nostra vita non ci appartiene, ma appartiene a Dio nostro Creatore (per me personalmente, questa è comunque la ragione più forte contro l’eutanasia e contro la pena di morte), è indubbio che, nel pensiero comune ed anche nel diritto, vi sono ampie concessioni al concetto che ciascuno ha diritto di disporre della propria vita tanto che si possono tenere comportamenti dannosi (far uso di tabacco, di alcool, di droghe), si possono rifiutare terapie importanti, si può arrivare a togliersi la vita. Ciò che non è mai stato ammesso è che si possa favorire un comportamento autolesivo. Ora si cerca di introdurre il concetto che questo sarebbe ammissibile qualora una persona ritenesse le sue condizioni di vita insostenibili. Chi si appella a questo principio per sostenere l’eutanasia, fa solitamente riferimento a malati che versano in condizioni gravissime, di solito con una breve aspettativa di vita. Se però il principio che vale è quello della libera scelta dell’individuo, non si vede perché non si dovrebbe consentire lo stesso diritto anche ad altre categorie di persone che ritengono la loro vita ormai insopportabile. Penso ad es. ad un paziente colpito dal cancro, per il quale il momento più tremendo è quello della diagnosi, qualora questa non lasci adito ad alcuna speranza. Perchè, se lo desidera e lo richiede, non acconsentirgli di sceglieredi interrompere subito la propria vita ormai segnata, quando sta ancora bene, prima che inizi il suo calvario. Penso a quella drammatica categoria di pazienti che ben più di un malato gravissimo avverte la sensazione della insopportabilità della propria esistenza, che è rappresentata dagli affettiva grave forma depressiva; la sofferenza esistenziale di questi pazienti è inenarrabile e sarebbero probabilmente i maggiori utenti del “suicidio assistito”. Penso addirittura ai carcerati, agli ergastolani che hanno spesso profonde ragioni per avvertire la loro vita insopportabile, tanto che i suicidi, nelle carceri, non sono infrequenti. Gli esempi citati fanno intuire che, se si legifera su questa materia, prendendo come fondamento i due presupposti sopraccitati, si aprono le porte a scenari drammatici e impensabili.
La seconda ragione deriva dalla mia esperienza, quasi quarantennale, di medico ospedaliero. Ho visto migliaia di malati; ho assistito a centinaia e centinaia di morti; ho visto invalidità, patologie, sofferenze di ogni tipo. Ebbene, non ho ancora incontrato nessuno che mi abbia veramente espresso, esplicitamente o implicitamente, il desiderio che lo facessi morire; al contrario, sempre, assiduamente, incessantemente la domanda o gridata, o sussurrata o sottintesa era quella di aiuto, di assistenza, di non abbandono ( N.B.Una ricerca scientifica su tale tema condotta dall’Istituto Tumori di Milano è giunta alle stesse conclusioni). Argomentazioni comprendenti frasi quali“non farlo soffrire, non prolungare le sofferenze, sarebbe meglio che morisse” etc., le sento pronunciare solo dai parenti. Mi sono pertanto fatto la convinzione che quello dell’eutanasia, in realtà, non sia un problema dei malati, ma dei sani. Perché questo? Credo che siano due gli impulsi inconsci che inducono a pensare all’eutanasia: il primo è la proiezione di sé stessi nella medesima realtà di sofferenza, unita alla paura di non farcela (“se dovessi trovarmi io, in futuro, in quelle condizioni, non ce la farei”); il secondo è la paura di doversi cimentare con la necessità di assistere, di stare accanto a simili malati, per cui torna comodo l’alibi dell’eutanasia. Il malato invece desidera cure adeguate, desidera assistenza, desidera affetto, calore umano. Purtroppo devo dire che, nel mondo di oggi, sono drammaticamente diminuite la capacità e la volontà di stare personalmente accanto ai malati, la cui assistenza è sempre di più delegata alle istituzioni. Se un malato non riceve cure adeguate a lenire le sue sofferenze, se si sente di peso , se si sente solo, se sente di non essere importante per nessuno, se non sente calore umano attorno a sé, il pensiero dell’eutanasia può anche farsi strada nella sua mente, ma non sarebbe percepita come il godimento di un diritto fondamentale (quello di poter disporre della propria vita), ma come una disperata scelta obbligata, non avendo potuto disporre di ciò che, come malato, avrebbe davvero desiderato. Ai miei occhi di medico e di uomo l’eutanasia appare come una induzione al suicidio per omissione di soccorso.

 

Carlo

 


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