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Home Lettere del Dott. Carlo Carapezzi Le preghiere di mia nonna
Le preghiere di mia nonna Stampa E-mail
Domenica 22 Luglio 2007 18:50

Cambiano i modi, ma ci si rivolge a Dio sempre per gli stessi motivi. Il primo, “liberaci dal male”.
Quando ero un bimbetto, a seguito della morte del nonno e della nascita di mio fratello, la disposizione logistica familiare previde che io andassi a dormire nel lettone matrimoniale con la nonna. Si trattava di un vecchio letto che mi pareva altissimo. La cosa non mi dispiaceva affatto perché la nonna aveva le gambe caldissime ed era un vero piacere per me utilizzarle come “scaldino” per i miei piedini freddi.

Tutte le sere, prima di addormentarci, recitavamo le preghiere. Era lei che declamava le preghiere tradizionali con un linguaggio misto di latino, italiano e dialetto, poi con lo stesso linguaggio diceva un paio di preghiere delle quali non sono mai riuscito a reperire la versione ufficiale. Solo dopo subentravo io, con alcune giaculatorie, in rima, che avevo appreso dalle suore e che lei apprezzava molto; infine concludeva con tre preghiere speciali.
La prima di queste era rivolta contro la guerra. La nonna mi spiegava che la guerra era, in assoluto, la peggior disgrazia che potesse capitare. Non aveva idea del perché scoppiasse una guerra, ma la sua esperienza le aveva insegnato che questo terribile evento, ogni tanto, compariva. Da lei era percepita come una calamità naturale, per fortuna assai più rara delle grandinate o delle tempeste, ma quando arrivava era devastante. Mi spiegava che, di punto in bianco, mariti, figli, senza una ragione, dovevano lasciare le loro case, le loro famiglie per andare al fronte. Spesso non tornavano più, a volte tornavano feriti o invalidi, i più fortunati tornavano, dopo anni, vivi. A casa poi (erano contadini in una piccola borgata tra Rossena e Canossa) veniva meno la forza lavoro, restavano le donne, i vecchi e i bambini e, per quanto lavorassero come bestie, non ce la facevano a evitarela miseria, la fame. Le parole della nonna mi facevano percepire con chiarezza di quale immane tragedia si trattasse e, per diversi anni, da piccolo, ho nutrito la paura che potesse capitare anche a me di essere coinvolto in una simile tragedia. Ripensando in particolare alla prima guerra mondiale, mi rendo conto della totale assurdità di ciò che accadeva: questi poveri contadini vivevano in un borgo poverissimo, senza luce, senza acque, tagliati fuori dal mondo, non avevano la più pallida idea di cosa fosse l’Austria, l’Ungheria, si trovavano sbattuti al fronte a combattere senza sapere bene perché,sapendo che i disertori sarebbero stati fucilati. Se erano fortunati sarebbero tornati a casa più poveri di prima. Ma che la guerra se la facessero coloro che l’avevano voluta e lasciassero in pace la povera gente! Lo zio Tito fu uno di questi disgraziati e, pochi anni prima di morire, fu nominato Cavaliere di Vittorio Veneto.
La seconda preghiera, sempre in dialetto, era “ Signore, dacci una buona morte”. La nonna era l’unica che faceva una simile preghiera, cosa che non avveniva quando pregavo con la mamma o con le suore o a catechismo. Non mi era molto chiaro il significato di quella preghiera, della quale ho però scoperto tante sfaccettature, col passare degli anni. Sicuramente vi era il desiderio di morire senza eccessive sofferenze, nel proprio letto, circondata dall’affetto dei suoi cari, come usava allora. Sicuramente, cercando di indagare sull’argomento, avevo percepito che la nonna non desiderava una morte improvvisa, desiderava essere preparata per tale passo, quindi una buana morte è una morte cui arrivi preparato. Questo chiaramente presuppone uno stretto collegamento con la vita precedente la quale quindi acquisisce un ruolo fondamentale nel determinare la “bontà” della morte. Allo stesso modo percepivo con chiarezza, che la “buona” morte rappresentava, per la nonna, una specie di viatico per la vita futura. Alla fine, in quelle tre parole di preghiere era racchiuso l’insegnamento evangelico di farsi sempre trovare pronti, di vivere come se la morte potesse coglierti anche domani, di stare quindi “in grazia di Dio”. Ripenso anche al valore di saper pregare ogni giorno per la propria morte, insegnando questo anche al nipote, fin da piccolo. Mi chiedo paradossalmente cosa potrebbe accadere se ciascun uomo, ogni giorno, pregasse per la propria “buona morte”: potrebbero vedersene delle belle, dai palazzi del potere ai luoghi di lavoro, di divertimento ed il mondo potrebbe anche essere un po’ migliore.
La terza preghiera era “Signore liberaci dal male”. In realtà sono le parole finali del Padre Nostro, che la nonna pronunciava comunque a parte. E’ una preghiera per la quale vedo strette analogie con la precedente. Anche in questo caso “liberaci dal male” voleva sicuramente dire proteggici dagli incidenti, dalle malattie, proteggi i nostri raccolti e i nostri animali e così via. Ma c’era molto di più: in quella preghiera il male aveva, per così dire, un’accezione “cosmica”. Liberaci dal male voleva dire anche liberaci dalle tentazioni del demonio, liberaci da comportamenti, pensieri, sentimenti che non siano giusti e retti, fa che noi stessi non siamo vittime di ingiustizie, fa che non subiamo e non facciamo il male, ma che la nostra vita sia improntata al bene. Anche questa è una gran bella preghiera.
Rinnovo il mio ammirato stupore nel constatare come, dietro povere frasi pronunciate in dialetto, si celassero in realtà dei contenuti profondissimi e delle preziose verità.

 Carlo


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