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| E' un uomo di Dio |
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| Giovedì 19 Luglio 2007 18:45 |
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“E’ un uomo di Dio”. E’ una affermazione che, qualche volta, affiorava alle labbra di Don P. un mio vecchio amico prete, morto ormai da diversi anni, in riferimento ad alcune persone. E’ difficile dire cosa significasse esattamente tale espressione, che non si riferiva specificamente a persone consacrate, e che, per lui, rappresentava una specie di giudizio sintetico, lapidario sulla persona in oggetto. Devo però riconoscere che, quando anch’io conoscevo tale persona, intuivo cosa volesse significaree concordavo con lui: si trattava di persone che avevano un certo non so che, che le faceva risaltare, distinguere. Se tento di analizzare meglio le caratteristiche di queste persone, vedo svariate “virtu’”: la generosità, l’onestà, la perseveranza, la semplicità d’animo, il non attaccamento ai beni terreni, la fede in Dio, l’accettazione serena degli eventi della propria vita, la mitezza, la bontà, la capacità di sacrificarsi ….Come si vede l’elenco è lungo, molte persone posseggono poche o tante di queste virtù, ma non basta per far scaturire quell’affermazione: “è un uomo di Dio”, ci vuole qualcosa di altro: ci vuole un segno, ci vuole “l’mpronta”di Dio, qualcosa di non definibile, ma di ben percepibile. Dio ha disseminato la storia di questi “suoi” uomini, a volte grandi e famosi, più spesso piccoli e misconosciuti e, attraverso di essi, come preziosi “semi sotto la neve”contribuisce a mantenere viva la Fede in tutti noi. Don P. soleva, periodicamente, autoinvitarsi a cena da noi. Era una facoltà che con piacere gli avevamo offerto, della quale approfittava con discrezione pur riconoscendo che, da noi, mangiava molto bene, tanto che riteneva che, se avesse potuto alimentarsi così più spesso, ne avrebbe tratto giovamento anche la sua salute. Arrivava a casa nostra con largo anticipo sull’orario del mio rientro, perché gli piaceva conversare con Claudia (per la verità si trattava di lunghi monologhi nel corso dei quali scivolava, inavvertitamente, da un argomento all’altro). Di Claudia apprezzava moltissimo la capacità di prestargli attenzione senza abbandonare le attività domestiche ( nella fattispecie la preparazione della cena della quale quindi si sentiva partecipe). La cena era poi un’ operazione abbastanza laboriosa per le gravi limitazioni di Don P. (un tremore extrapiramidale ed una grave compromissione della vista). Col primo se la cavava, utilizzando il cucchiaio come una rete da pesca con cui pescava nella fondina; per il secondo, accettava con semplicità e serenità che io gli tagliassi la carne e che infilzassi, con la sua forchetta, un pezzo di carne ed un po’ di contorno, che, poi, lui si portava alla bocca. Dal momento che Don P. continuava a parlare anche mentre mangiava, ricordo con simpatia l’apprensione con cui Claudia ed io osservavamo i pericolosi volteggi della sua forchetta da me preparata, con i quali accompagnava il suo dire; in effetti non raramente il cibo cadeva prima di raggiungere l’agognata bocca e dovevo riprendere l’operazione da capo. Il momento più atteso era comunque quello del dolce di cui P.G. consumava più di una porzione e con sommo piacere accettava l’offerta di Claudia di preparargli un pacchettino con il dolce rimasto da portare a casa. Se dovessi giudicare Don P. con parametri umani, la sua valutazione sarebbe sicuramente assai scarsa: era una persona debole, cagionevole, quasi cieca, con gravi problemi neurologici per cui, da anni, assumeva elevate quantità di psicofarmaci, dotato di un carattere un po’ ombroso e non facile (per questo insieme di cose era diventato prete avanti negli anni). Anche sul piano del “rendimento” in riferimento al suo ministero, le sue possibilità operative erano assai scarse e, da estraneo, avevo l’impressione che la nostra Chiesa diocesana non sapesse cosa fargli fare. Ma i parametri di Dio non sono questi e devo dire di Don P. che “era un uomo di Dio”. Come ho detto prima, è difficile individuare le ragioni di questa affermazione. Posso dire che, in lui, mi colpivano la nitida, profonda fede e, ancor di più, l’assoluto, incondizionato abbandono alla volontà di Dio. Ma ciò che conta è che, in lui, si percepiva chiara, netta l’impronta di Dio. Mi pareva, in lui, di rivivere la storia del Vangelo ambientata nei giorni nostri: come Gesù, 2000 anni fa, aveva scelto i suoi primi apostoli fra poveri pescatori, così oggi Dio, sotto i nostri occhi, aveva scelto questo “scarto dell’umanità”, questa pietra che qualsiasi costruttore avrebbe gettato via, per farne una sua pietra angolare, per farne un “uomo di Dio”. Ero talmente convinto di questo che, una volta, quando alcuni medici ed infermieri vennero da me a lamentarsi del comportamento di Don P., che avevo fatto ricoverare nel mio reparto, dopo aver riconosciuto le loro ragioni e promesso il mio intervento, mi scappò detto “ricordate comunque che quello è un uomo di Dio”. Mi accorsi che questa frase, apparentemente assurda, suscitò, nei miei collaboratori, uno strano, arcano senso di rispetto. Caro Don P., ti ricordo con grande affetto, sono contento di averti incrociato nella mia vita e soprattutto di aver ricevuto da te il privilegio di “dar da mangiare” ad un uomo di Dio. Sotto sotto covo la speranza che anche Dio non possa non tenerne conto (almeno un pochino).
Carlo
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