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| Le ipocrisie della società civile |
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| Lunedì 16 Luglio 2007 18:38 |
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E’ di ieri l’ennesima notizia di un neonato ritrovato in un cassonetto della spazzatura proprio pochi minuti prima che giungesse il camion dei rifiuti che l’avrebbe triturato. Come sempre in questi casi, dai giornali traspaiono sentimenti di raccapriccio per l’evento, di tenerezza per il neonato (con gara di persone disponibili ad adottarlo),di implicita condanna morale (a volte commista ad un po’ di pietà) per la madre. Non posso non confrontare questo caso con quello (che non riesco a dimenticare) accaduto alcuni mesi fa in Toscana in cui una madre, giunta ormai al 6°mese di gravidanza, ha deciso di abortire nel dubbio, indotto da una ecografia, che il suo bimbo non fosse del tutto sano; si scoprì poi che il bimbo era sano (ed anche vitale per cui si dovette farlo morire). In questo caso la società civile giudica il comportamento della madre assolutamente legittimo sul piano legale, eticamente accettabile, condivisibile nelle motivazioni (il non sentirsela di tenere un figlio forse non sano). Mi chiedo quali saranno state le motivazioni che hanno indotto ieri l’altra madre a non sentirsela di tenere il proprio figlio appena nato e a gettarlo nei rifiuti. Forse, poveretta, viveva una situazione molto più drammatica. Eppure questa donna è percepita come una “mostro”, mentre l’altra come una persona civile. Cosa è allora che trasforma una persona civile in un “mostro”? Evidentemente non la sostanza del gesto che è il medesimo per entrambe le donne: non se la sono sentita di tenere il proprio figlio. E’ quindi una questione di tempo in cui si compie tale gesto per cui la domanda diviene “quando”, in che momento una persona civile, compiendo la stessa azione, diviene un “mostro”?. Per tentare di dare una risposta a tale quesito ipotizziamo una situazione tipo (ad es.la presenza di un danno neurologico) e proviamo a riprodurla in 3 momenti temporali diversi: 1) Danno identificato al 6° mese di gravidanza: la madre ha la facoltà di sopprimere il nascituro per tutelare la propria salute (in questo caso psichica) minacciata dal grave turbamento che le potrebbe esserle arrecato da un figlio non sano; probabilmente pensa anche di evitare così al futuro bambino una vita da essere imperfetto, non ritenuta degna di essere vissuta. La società civile comprende e approva anche sul piano etico questo comportamento, la cui legittimità è sancita anche dalla legge. 2) Danno identificato o avvenuto (ad es. paralisi ostetrica o sofferenza anossica) al momento della nascita: la società civile pensa, in cuor suo, che sarebbe stato meglio che quel bimbo non fosse nato, ma prende atto che ormai è venuto alla luce per cui, alla madre, non resta che tenerlo (ma ci si potrebbe chiedere perché questa madre ha ormai perso il diritto, di cui godeva pochi mesi prima, di tutelare la propria salute psichica, impedendo, nel contempo che il figlio inizi una vita da essere imperfetto). La madre, dal canto suo, pur affranta dal dolore, di solito accetta il bambino che sente ormai come suo figlio. Ma se venisse soppresso prima ancora che lei lo veda, prima che cominci ad affezionarsi? Effettivamente sono successi casi, rari, in cui la madre non ha voluto neanche vedere il bimbo che è stato poi affidato ad una famiglia disponibile. Perchè non dilatare il concetto di eutanasia perinatale, già ammessa in alcuni paesi per malformazioni gravissime, anche a malformazioni meno gravi, ma comunque tali da turbare pesantemente la madre e da creare un invalido? In fin dei conti sarebbe un’estensione di 3 mesi di un diritto civile già riconosciuto e così, anche al momento della nascita, sarebbe concesso alla madre, nella sua autonomia, di non accogliere un figlio, se malformato. 3) Danno neurologico (ad es. trauma midollare) accaduto qualche anno dopo la nascita: sia la madre che la società civile si prodigano in cure. Come postilla potremmo anche chiederci che cosa avrebbe desiderato il soggetto interessato, il bambino, nelle tre situazioni. Credo che, in tutti i casi, avrebbe desiderato vivere, auspicando soltanto di avere qualcuno che lo potesse curare e soprattutto amare. Quali conclusioni possiamo quindi trarre dall’analisi che abbiamo condotto? La prima cosa che balza agli occhi è la schizofrenia dgli atteggiamenti: si tratta sempre dello stesso figlio, si tratta della stessa situazione morbosa, ma gli atteggiamenti divengono addirittura antipodici a seconda delle circostanze temporali. Evidentemente le determinanti in giuoco sono elementi di contesto, elementi emotivi, fattori psicologici, elementi quindi “subcorticali” (volendo usare un lessico neurofisiologico). Ma se portiamo la nostra analisi a livello “corticale” (cioè la sede della razionalità, dell’intelligenza. delle facoltà cognitive), emerge chiaramente che non vi è nessuna differenza clinica, oggettiva, nessun momento in cui accada qualcosa di radicalmente diverso. La risposta alla domanda iniziale è quindi chiara e drammatica: non esiste alcun elemento, non esiste alcun momento di trasformazione di una donna civile in un “mostro”, perchè la stessa “mostruosità” è presente fin dall’inizio.
Carlo
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