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Home Lettere del Dott. Carlo Carapezzi Bagliori di vita famigliare in ospedale
Bagliori di vita famigliare in ospedale Stampa E-mail
Domenica 15 Luglio 2007 18:34

Un mattino, mentre, accompagnato dai miei collaboratoti, stavo entrando in una stanza per iniziare la visita medica, ho incrociato, sulla porta, una vecchiettina ultraottantenne che, zoppicando, stava uscendo portando con sé una sedia pieghevole.

 

Le ho chiesto cosa diavolo stesse facendo e mi sono sentito rispondere: “ho fatto la notte”. “Ma come?” risposi “alla sua età, acciaccata com’è ? e poi suo marito non ha bisogno di assistenza durante la notte” “Vede, dottore, siamo soli, siamo sempre stati insieme…lui è più tranquillo se gli resto vicino”.
Qualche anno fa, fu ricoverato nel nostro reparto un giovane uomo, portatore di distrofia muscolare, colpito da una grave infezione respiratoria ( NB per la debolezza della muscolatura respiratoria questi pazienti vanno facilmente incontro ad infezioni respiratorie, a volte assai gravi che possono essere anche fatali). I suoi genitori erano due persone anziane, di umile origine, che avevano avuto quell’unico figlio in età avanzata. Quando mi chiesero notizie del loro figlio, non potei nascondere loro l’estrema gravità della situazione che mi faceva fortemente temere una prognosi infausta. Costernati e piangenti mi dissero: “Ma è il nostro unico figlio, abbiamo dedicato tutta la nostra vita a lui, non siamo andati mai da nessuna parte, siamo sempre stati con lui; anche se siamo vecchi e facciamo più fatica siamo ancora capaci di assisterlo; perché dobbiamo perderlo?”. Un po’ imbarazzato e un po’ commosso risposi: “Non perdiamo ogni speranza, stiamo facendo di tutto per salvarlo; se andrà male forse dovremo pensare che la Provvidenza ha visto che siete vecchi, che prima o poi non riuscirete più ad accudire vostro figlio, che morirete anche voi e ha pensato che sia giunto il momento di portarselo in Paradiso in attesa che anche voi lo raggiungiate lassù”. Contrariamente alle nostre previsioni il paziente superò quell’episodio critico e potè essere dimesso. Non ho più saputo nulla di lui e dei suoi genitori.
I due aneddoti ci forniscono lo spunto per alcune riflessioni sul tema della famiglia.
Per quanto riguarda il primo episodio, l’impulso più immediato è quello di dire: “che tenerezza!, che lezione d’amore!, che differenza rispetto ai modelli di amore che ci vengono propinati dai mass media, dove tutto sembra giocarsi in ammucchiate di coscie e seni al vento!”. Una riflessione più meditata mi evoca alla mente le meravigliose parole del rito del matrimonio “giuro di esserti fedele per sempre nella buona e nella cattiva sorte” e mi induce ad affermare con vigore che questa è la vera aspirazione di qualsiasi coppia che si ama, chequesto amore unico e per sempre è l’unico che rende veramente felici, che questo tipo di amore non solo è possibile ma è quello “normale” fra due persone che si vogliono bene. Non sono “normali” invece, in amore, le riserve mentali, i progetti a tempo, le infedeltà, i tradimenti, le divisioni, gli abbandoni; essi non corrispondono alle naturali propensioni dell’animo umano e non potranno mai appagarlo compiutamente. E’ veramente strabiliante come, al giorno d’oggi, ciò che è normale e che, grazie a Dio, è pure testimoniato dalla vita di migliaia di coppie, rischi di apparire obsoleto, superato, impraticabile, eccezionale se eventualmente realizzato.
Se il primo episodio ci suggerisce spunti di riflessione sul primo fondamentale aspetto della famiglia rappresentato dalla vita di coppia, il secondo ci porta a riflettere sul secondo fondamento della famiglia, rappresentato dalla paternità e dalla maternità. L’episodio mostra una coppia di sposi che, in età avanzata, ricevono un figlio; non è però un figlio “perfetto”, è un figlio ammalato; lo accolgono con amore, lo assistono con infinito affetto; alla fine toccano con mano che quel figlio non appartiene comunque a loro e seguirà il corso della sua vita. E’ lo specchio dell’essenza della paternità e maternità: accogliere i figli che la Provvidenza manda per accudirli, educarli, prepararli alla loro vita, nella consapevolezza che essi ci sono stati affidati, ma non ci appartengono. Anche in questo caso siamo assai lontano dalla visione che si sta sempre più imponendo: avere un figlio è un diritto,è un diritto anche non averlo magari abortendolo; è un diritto averlo sano e come lo si desidera (ad es. di un certo sesso ) e rifiutarlo se non è così; è un diritto averlo quando lo si vuole; tutto ciò perché il figlio ci appartiene, è “nostro”. Da questa visione non deriva la felicità dei genitori né, tanto meno, quella dei figli.

 

Carlo

 


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