Ulti Clocks content
| Liberi di vivere |
|
|
| Scritto da dott. Fabrizio Artioli |
| Venerdì 29 Agosto 2008 08:51 |
|
Riflessioni sul volontariato. Il volontariato è innanzitutto un moto dell’anima, cioè una predisposizione per la quale una persona, per educazione, per esperienza personale, per affinità, sente che è giusto e importante dedicare una parte del proprio tempo agli altri. In questo “dedicarsi” uno ritrova alcuni valori e, in fondo, ritrova un pezzo di sé, riscopre cose dimenticate o che nemmeno sapeva di avere, ritrova, in ultima analisi, un po’ di se stesso. Non è vero che il volontario è al servizio degli altri, almeno personalmente ritengo riduttiva questa affermazione, molto più completo è dire che uno si mette al servizio degli altri perché trova in questo una gratificazione, forse anche qualche risposta a domande lasciate da sempre in sospeso. Perché tutto questo avvenga occorre che vi sia un dato di base fondamentale, senza il quale la gratuità del volontariato non può esistere, questo dato è la libertà. Ogni volontario si deve sentire libero in ciò che fa, libero di dare quel poco o tanto che può dare. Senza libertà non vi può essere donazione. Noi però stiamo parlando di un volontariato particolare, che si rivolge a una situazione particolare: malati, ex malati, famigliari, operatori o semplici cittadini, che decidono di fare qualcosa per altri malati e per altri cittadini. Qual è lo specifico, se esiste, di questo volontariato? Qui davvero si entra in un campo delicato, in cui le parole dovrebbero essere dolci come carezze, ma nello stesso tempo pesanti come pietre. Ho partecipato alla Assemblea Nazionale di Angolo ad Aviano domenica 22 giugno e prima di andarmene ho scambiato due parole con Milena Bidinostche aveva appena presentato un libro da lei scritto, nel quale raccontava la storia della sua malattia. Ho acquistato il libro, più convinto dal sorriso dell’autrice che con l’idea che mi avrebbe particolarmente interessato; ne ho letti e visti decine di libri su questi temi. Ho letto il libro tutto d’un fiato, sulla via del ritorno e l’ho terminato alla sera. Racconto questo episodio perché vorrei riuscire a trasmettere la stessa dolcezza e la stessa fermezza che ho ritrovato in quelle pagine; la determinazione che emerge fra quelle parole e la discrezione che vi ho ritrovato. Mi fermo qui, ma se dovessi pensare al ruolo di un volontario in ambito oncologico, mi vengono in mente mani tenute strette per aiutare a fare una terapia, parole sussurrate, la silenziosa presenza in una camera di ospedale , un sorriso per fare capire che la vita è ogni giorno una dolce sfida, un taglio di capelli prima che questi cadano per i veleni che vengono somministrati. E’ vero, il volontariato è anche organizzazione, raccolta fondi, proposta culturale, aggiornamento scientifico, ma se non è innanzitutto quel dolce fluire dell’amore per l’altro, che diventa in quel momento mio fratello e sorella, è un volontariato sterile, arido e, in ultima analisi, destinato a morire. Vorrei rifarmi ancora a questo libro, dove emerge costantemente il rapportocon le strutture sanitarie e con i medici. Rapporto complesso; vengono citati episodi che, personalmente, penso possano avere diverse interpretazioni, su queste ultime si potrebbe a lungo discutere. Ma non è questo il punto. Il punto è che il medico cerca di fare al meglio il proprio mestiere; è un uomo, può sbagliare, può essere gentile o scorbutico; può cogliere al volo il problema o arrivarci con molta lentezza. Sta a me, a me cittadino, a me volontario (molto più difficile quando si parla di malato, in quanto la situazione di oggettiva fragilità lo mette in una condizione di “dipendenza psicologica”) essere un interlocutore adeguato. Sollecitare là dove vi è da sollecitare, richiamare ad una maggiore sensibilità là dove questa ci si accorge che è carente; nessun altro lo può fare. Ma occorre anche ascoltare, ascoltare i numerosi perché, le certezze e i dubbi che la scienza ci pone e, perché no, sapere ascoltare anche le fragilità che in quel momento il mio interlocutore esprime. Insomma, perché il rapporto fra volontario, medici e istituzioni sia proficuo, bisogna che sia un dialogo “tra pari” e non sbilanciato; il volontario, conscio della propria funzione, deve sapere e poter dire la sua, si deve, perdonatemi il termine, “liberare della ingombrante presenza dei medici”, ed aiutarli a capire gli altri e se stessi. Solo così il rapporto si ricostruirà su basi nuove, paritarie, sincere e, se possibile, senza paure, da entrambe le parti. E’ utopia? Può darsi, ma io ritengo che la Medicina debba uscire dalla strada obbligata che purtroppo ha preso, di un rapporto sempre più distaccato e tecnico fra medico e paziente, basato più sulla sfiducia reciproca che sulla fiducia e sull’affidamento. Ricostruire una alleanza terapeutica in cui i due operatori devono uscire da illusioni miracolistiche (la Scienza può risolvere tutti i problemi…) o da concetti di impotenza e/o onnipotenza. Due persone di cui, in quel determinato momento, una è lì per aiutare l’altra con la propria scienza e umanità, sapendo che un giorno dall’altra parte della scrivania ci sarà lui. Articoli più recenti:
|









